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Dora Perini:
urgenza dell’estasi

di Filippo Bordignon

Sabato 17 settembre 2016 s’inaugura al 121 Vecchia Ferriera “95 polaroids”, personale d’esordio della promettente artista vicentina.

 

Dora Perini, vicentina trapiantata durante gli anni della formazione scolastica negli States, esordisce con la sua prima Personale a titolo “95 Polaroids” sabato 17 settembre dalle ore 19:00, presso lo spazio 121 Vecchia Ferriera di Vicenza. La mostra, organizzata dallo Studio Isabella Baudo, contiene appunto 95 scatti fotografici che testimoniano l’ecletticità di un talento in crescita, già premiato in Ohio con riconoscimenti scolastici riconosciuti a livello statale quali Golden Key per la fotografia e Silver Key nella sezione mixed media.

A un’attenta analisi si riscontra nei lavori più riusciti della Perini una natura organica o, meglio, è attiva e vibrante l’inspiegabilità propria di Arte e Amore. Se il propellente principale dell’agire periniano resta la passione, gli scatti qui esposti raccontano un percorso evolutivo che va dal Gustav Klimt di “Danae” (la campitura perfettamente organizzata dell’oggetto, i contorni netti mutuati da un gusto graficamente impeccabile) ai ritratti serigrafici di Warhol, padre putativo di uno stile visivo ma pure di un sottobosco “underground” ancor oggi intrigante e misterioso. Alla fotografia l’artista giunge intuitivamente, forgiata dal desiderio di raccontare ambiguità, voglie sommerse, situazioni per certi versi vicine al voyeurismo tipico del peep show. “La bellezza non mi basta – sottolinea Perini – senza l’amalgama di un gioco ben bilanciato tra emozione e intelletto”. Un discorso sui Massimi Sistemi concepito alle luci della notte eppure godibile, non solamente onirico ma anzi dotato di una salda coerenza. Un monologo registrato in bilico tra possibilità dei mezzi digitali e astuzie analogico-artigiane. La Perini è una giovane artista emergente su cui è dato contare, poiché le sue provocazioni sono misurate al millimetro ma pure ricamate con femminile nonchalance. Si tratta l’erotismo fiutando Art brut, si parla di musica suonando glam. Un lavorio che odora più di liberazione che di auto-analisi o di egocentrica catarsi. I continui cambi di umore testimoniati dal catalogo confezionato da RPTR Collective svelano un percorso dal “mood” internazionale al sapor di Technicolor. Una Personale insomma, da visitare lasciando a casa  le zavorre di pregiudizi tipiche del’erudito medio.

Elementi di valore aggiuntivo sono i testi di accompagnamento alle immagini redatti dallo scrittore Stefano Barcarolo e l’allestimento della mostra, curato per Manaly Standeventi dall’architetto Fabio Dalla Valle. “Il progetto si sviluppa attorno all’idea del quadrato come genesi formale – evidenzia Dalla Valle – per poi creare uno sbilanciamento prospettico che crea uno shock visivo; le foto vengono attaccate ai supporti di metallo, inserite nelle finestre, sostenute da cavi di acciaio, proiettate su schermi visivi, osservate e calpestate  affinché sia possibile vivere l’esperienza ‘mostra’ come all’interno di una foto”.

INTERVIEW
with Filippo Bordignon

— In cosa si basa la sua ricerca artistica?

DP: Nell’individuazione di immagini autentiche, nella sperimentazione di un linguaggio che si ritagli uno spazio al di fuori dei canoni di bellezza “politically correct”. 

— Come riuscirci?

DP: Non temendo di sembrare impopolari, crudi, non essendo vittime della paura di sfidare la tradizione o, meglio, di passare oltre l’esempio della pur blasonata tradizione artistica del Bel Paese per giungere a una comunicazione quanto più pura possibile mediante il linguaggio del presente.

— Le immagini di Bellezza per cui è unanimemente riconosciuto il Bel Paese non contano?

DP: Per chi produce arte nel tempo presente l’imperativo è sfatare la non-necessità del fare arte. Siamo caduti in un “cul de sac” di immagini fini a se stesse. Ed è innegabile che la bellezza classica diviene spesso semplice arredo, smettendo di sfidare l’osservatore che la scruta.

 


— “95 Polaroids” cosa significa ai suoi occhi?

DP: La mostra raggruppa una serie di episodi fotografici nati da un tentativo preciso: quello di forzare le regole tecniche che mi si presentavano davanti, di scatto in scatto, per arrivare ogni volta a un risultato diverso da quello che l’ha preceduto. Senza dunque essere “contro” il Sistema, ma al di là da esso. 

— Qual è la sfida principale che ha vinto per giungere a tale risultato?

DP: La mia formula è attualmente composta da due elementi imprescindibili: comprensibilità e abbandono dell’ego. Ho smesso di compilare il “diario” della mia vita attraverso l’arte, spostando l’attenzione al resto del mondo. È stato un ottimo affare.

— Cosa l’affascina nel medium fotografico?

DP: Il mio flirt con la fotografia è destinato a durare poiché, requisito fondamentale per accendere il mio interesse, non intendo considerarmi una fotografa. Si tratta appunto di un medium, un “tramite” ed è in questa luce che lo impiego. “95 Polaroids” non è una mostra fotografica ma la proposta di una comunicazione visiva neo-primitiva. Non reputo sostanziale etichettare il risultato in solo funzione del supporto scelto.

 


— Quali immagini non accendono la sua creatività?

DP: Le rispondo in altri termini: l’unico sguardo che non mi interessa è quello che ricerca esclusivamente la prospettiva del guadagno.

— Perché si dedica all’Arte?

DP: Amo credere in un mondo di onestà intellettuale e intendo lavorare alla sua edificazione. L’arma che impiego è quella della mia stessa vulnerabilità. Ritengo importante esporre le mie fragilità, mi sembra che questo sia un atto eroico nel senso più prezioso del termine. 

— Il suo scopo attuale?

DP: Non alimentare l’indifferenza nello spettatore. Essa è uno dei vizi capitali nel mondo dell’Arte contemporanea. 

— Cosa c’è di “italiano” nel suo stile?

DP: Il senso del dovere. Ma riconosco una scissione in questa mia appartenenza: da una parte mi concentro fortissimamente per ottenere risultati netti. Dall’altra non temo di perdermi in visioni stranianti per poi ritrovarmi all’occasione successiva. Questo conflitto dissociativo impedisce alla mia opera di cristallizzarsi in un’unica formula, in un unico ruolo, siano pure quelli convenzionalmente accettati di “artista”, “figlia”, “amica” o “amante”.

 

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